Non più adolescenti, non ancora pienamente adulti

Febbraio 19, 2026by Centro Plòion0

 

Tra i 19 e i 30 anni si attraversa una fase di passaggio complessa e spesso poco riconosciuta; Fondamentale, ma senza dubbio (socialmente) meno visibile.
L’adolescenza, che la precede, è una stagione osservata, studiata, accompagnata: genitori, insegnanti, allenatori e figure educative sanno che si tratta di un’età delicata. È prevista una crisi, è previsto un conflitto.
La giovane adultità, invece, arriva senza un vero rituale di passaggio. È come se, superata una certa soglia anagrafica, fosse implicito che si sia ormai “grandi”. Ci si aspetta autonomia, progettualità, stabilità emotiva e professionale. Ci si aspetta che il soggetto sappia orientarsi, scegliere, decidere.
Eppure è proprio in questa fase che si compie uno dei movimenti più profondi: diventare autori della propria vita. Non c’è più un adulto contro cui opporsi. Non c’è più un contesto che giustifichi l’incertezza come “fase”. Il conflitto si sposta all’interno.
La giovane adultità è meno riconosciuta perché non è rumorosa come l’adolescenza. È più silenziosa, più interna, più solitaria.
Le domande che emergono sono profonde: Chi sono davvero? Che vita voglio costruire? Sto scegliendo io o sto rispondendo ad aspettative esterne? In questa fase, la confusione non è un segno di fragilità, ma l’espressione di un passaggio evolutivo delicato e decisivo.

La soggettivazione: diventare autori della propria esperienza

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In psicologia questo processo prende il nome di soggettivazione. È il movimento attraverso cui si diventa soggetti della propria esperienza.
Il compito evolutivo, in questa fase della vita, cambia: è tempo di assumersi la responsabilità di chi si è e di chi si vuole diventare. Significa passare da un’identità (quella adolescenziale) costruita “contro” qualcuno a un’identità (quella dell’adulto) costruita per scelta.
La soggetivazione, questo passaggio dall’adolescenza all’adultità, non è un evento improvviso; è un attraversamento complesso, silenzioso, decisivo. Non si diventi adulto quando “succede qualcosa”, ma quando il soggetto inizia a prendersi la responsabilità di sè.
É un processo lento:
• in cui si integra ciò che si desidera con ciò che è possibile.
• Implica la capacità di riconoscere i propri stati emotivi e dare loro un significato personale.
• Comporta distinguere desideri autentici da aspettative introiettate, spesso assorbite senza accorgersene.

Il disagio come segnale evolutivo

Ansia, insicurezza, difficoltà relazionali o professionali devono essere letti non come sintomi da eliminare, ma come segnali di un processo in atto. Il sintomo può indicare un conflitto interno tra ciò che si sente e ciò che si pensa di dover essere.
In questa fase, l’insicurezza identitaria è frequente: chi sono, al di là delle aspettative familiari e sociali?
• Spesso il primo passaggio è accorgersi che alcune scelte non nascono da un desiderio autentico, ma dal bisogno di rispondere a ciò che gli altri si aspettano. Questo riconoscimento può essere destabilizzante.
• Il secondo movimento è più sottile: iniziare ad ascoltare ciò che si desidera davvero, distinguendo tra aspirazioni introiettate e inclinazioni personali. Non sempre è immediato sentire cosa è “proprio”.
• Infine arriva il passaggio più complesso: scegliere. E scegliere significa rinunciare. Ogni decisione comporta l’abbandono di altre possibilità, l’accettazione di un limite, la fine dell’illusione di poter essere tutto.
Il “lutto delle possibilità infinite” è uno dei nuclei più delicati di questa fase evolutiva. Possono emergere frustrazione, delusione, senso di fallimento o paura di aver sbagliato strada.
La difficoltà sta mel sentirsi autorizzati a scegliere per sé, assumendosi la responsabilità della direzione presa.
Riconoscere il significato del disagio consente di trasformarlo da ostacolo paralizzante a occasione di consapevolezza. La consapevolezza non elimina il conflitto, ma lo rende pensabile e più abitabile.

La psicoterapia come spazio di crescita e responsabilità

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La psicoterapia può offrire uno spazio in cui fermarsi e lavorare ciò che si sta attraversando.
La relazione con il terapeuta può diventare un luogo dove il sintomo può esserre interrogato: ogni manifestazione di disagio segnala un conflitto, una tensione, una parte del Sé che chiede di essere riconosciuta.
In uno spazio di ascolto condiviso diventa possibile chiedersi: a cosa serve? cosa mi permette di evitare? cosa mi impedisce di fare? quale equilibrio sta cercando di mantenere?
In questa prospettiva il sintomo diventa un messaggio da decifrare: comprenderne la funzione consente di trasformarlo da blocco paralizzante a passaggio evolutivo, integrando quelle parti di sé rimaste finora senza voce.

Diventare adulti significa assumersi la responsabilità della propria vita, e questo processo può essere accompagnato e sostenuto. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma una scelta consapevole e profondamente adulta.

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